oro,
e li trafiggo. E già ben otto acuti
dardi dal nervo liberai, che tutti
profondamente si ficcâr nel corpo
di giovani guerrieri, e non ancora
ferir m'è dato questo can rabbioso.
Disse; e di nuovo fe' volar dall'arco
contr'Ettore uno strale. Al colpo tutta
ei l'anima diresse, e nondimeno
fallì la freccia, ché l'accolse in petto
di Prïamo un valente esimio figlio
Gorgizïon, cui d'Esima condotta
partorì la gentil Castïanira,
che una Diva parea nella persona.
Come carco talor del proprio frutto,
e di troppa rugiada a primavera
il papaver nell'orto il capo abbassa,
così la testa dell'elmo gravata
su la spalla chinò quell'infelice.
E Teucro dalla corda ecco sprigiona
alla volta d'Ettorre altra saetta,
più che mai del suo sangue sitibondo.
E pur di nuovo uscì lo strale in fallo,
ché Apollo il devïò, ma colse al petto
d'Ettòr l'audace bellicoso auriga
Archepòlemo presso alla mammella.
Cadde ei rovescio giù dal cocchio, addietro
si piegaro i cavalli, e quivi a lui
il cor ghiacciossi, e l'anima si sciolse.
Di quella morte gravemente afflitto
il teucro duce, e di lasciar costretto,
mal suo grado, l'amico, a Cebrïone
di lui fratello che il seguìa, fe' cenno
di dar mano alle briglie. Ad obbedirlo
Cebrïon non fu lento; ed ei d'un salto
dallo splendido cocchio al suol disceso
con terribile grido un sasso afferra,
a Teucro s'addirizza, e di ferirlo
l'infiammava il desìo. Teucro in quel punto
traeva un altro doloroso telo
dalla faretra, e lo ponea sul nervo.
Mentre alla spalla lo ritragge in fretta,
e l'inimico adocchia, il sopraggiunge
crollando l'elmo Ettorre, e dove il collo
s'innesta al petto ed è letale il sito,
coll'aspro sasso il coglie, e rotto il nervo
gl'intorpidisce il braccio. Dalle dita
l'arco gli fugge, e sul ginocchio ei casca.
Il caduto fratello in abbandono
Aiace non lasciò, ma ratto accorse,
e col proteso scudo il ricoprìa,
finché lo si recâr sovra le spalle
due suoi cari compagni, Mecistèo
d'Echìo figliuolo, e il nobile Alastorre,
e alle navi il portâr che gravemente
sospirava e gemea. Ne' Teucri allora
di nuovo suscitò l'Olimpio Giove
tal forza e lena, che al profondo fosso
dirittamente ricacciâr gli Achei.
Iva Ettorre alla testa, e dalle truci
sue pupille mettea lampi e paura.
Qual fiero alano che ne' presti piedi
confidando, un cinghial da tergo assalta,
od un lïone, e al suo voltarsi attento
or le cluni gli addenta, ora la coscia;
così gli Achivi insegue Ettorre, e sempre
uccidendo il postremo li disperde.
Ma poiché l'alto fosso ed il palizzo
ebber varcato i fuggitivi, e molti
il troiano valor n'avea già spenti,
giunti alle navi si fermaro, e insieme
mettendosi coraggio, e a tutti i numi
sollevando le man spingea ciascuno
con alta voce le preghiere al cielo.
Signor del campo d'ogni parte intanto
agitava i destrieri il grande Ettorre
di bel crine superbi, e rotar bieco
le luci si vedea come il Gorgóne,
o come Marte che nel sangue esulta.
Impietosita degli Achei la bianca
Giuno a Minerva si rivolse, e disse:
Invitta figlia dell'Egìoco Giove,
dunque, ohimè! non vorremo aver più nullo
pensier de' Greci già cadenti, almeno
nell'estremo lor punto? Eccoli tutti
l'empio lor fato a consumar vicini
le scorrevoli briglie eran cadute.
Come lïon fu loro addosso, e quelli
s'inginocchiâr, dal carro supplicando:
Lasciane vivi, Atride, e di riscatto
gran pezzo n'otterrai. Molta risplende
nella magion d'Antìmaco ricchezza,
d'oro, di bronzo e lavorato ferro.
Di questo il padre ti darà gran pondo
per la nostra riscossa, ov'egli intenda
vivi i suoi figli nelle navi achee.
Così piangendo supplicâr con dolci
modi, ma dolce non rispose Atride.
Voi d'Antìmaco figli? di colui
che nel troiano parlamento osava
d'Ulisse e Menelao, venuti a Troia
ambasciatori, consigliar la morte?
Pagherete voi dunque ora del padre
l'indegna offesa. - Sì dicendo, immerge
l'asta in petto a Pisandro, e giù dal carro
supin lo stende sul terren. Ciò visto,
balza Ippoloco al suolo, e lui secondo
spaccia l'Atride; coll'acciar gli pota
ambe le mani, e poi la testa, e lungi
come palèo la scaglia a rotolarsi
fra la turba. Lasciati ivi costoro,
fulminando si spinge nel più caldo
tumulto della pugna, e l'accompagna
molta mano d'Achei. Fan strage i fanti
de' fanti fuggitivi, i cavalieri
de' cavalier. Si volve al ciel la polve
dalle sonanti zampe sollevata
de' fervidi corsieri, e Agamennóne
sempre insegue ed uccide, e gli altri accende.
Come quando s'appiglia a denso bosco
incendio struggitor, cui gruppo aggira
di fiero vento e d'ogni parte il gitta:
cadono i rami dall'invitta fiamma
atterrati e combusti; a questo modo
sotto l'Atride Agamennón le teste
cadean de' Teucri fuggitivi; e molti
colle chiome sul collo fluttuanti
destrier traean pel campo i vôti carri,
sgominando le file, ed il governo
desiderando de' lor primi aurighi:
ma quei giacean già spenti, agli avoltoi
gradita vista, alle consorti orrenda.
Fuori intanto dell'armi e della polve,
delle stragi, del sangue e del tumulto
condusse Giove Ettòr. Ma gl'inseguiti
Teucri dritto al sepolcro del vetusto
Dardanid'Ilo verso il caprifico
la piena fuga dirigean, bramosi
di ripararsi alla cittade; e sempre
gl'incalza Atride, e orrendo grida, e lorda
di polveroso sangue il braccio invitto.
Giunti alfine alle Scee quivi sostârsi
vicino al faggio, ed aspettâr l'arrivo
de' compagni pel campo ancor fuggenti,
e simiglianti a torma d'atterrite
giovenche che lïon di notte assalta.
Alla prima che abbranca ei figge i duri
denti nel collo, e avidamente il sangue
succhiatone, n'incanna i palpitanti
visceri: e tale gl'inseguìa l'Atride
sempre il postremo atterrando, e quei sempre
spaventati fuggendo: e giù dal cocchio
altri cadea boccone, altri supino
sotto i colpi del re che innanzi a tutti
oltre modo coll'asta infurïava.
E già in cospetto gli venìan dell'alto
Ilio le mura, e vi giungea; quand'ecco
degli uomini il gran padre e degli Dei
scender dal cielo, e maestoso in cima
sedersi dell'acquosa Ida, stringendo
la folgore nel pugno. Iri a sé chiama
l'ali-dorata messaggiera, e, Vanne
vola, le disse, Iri veloce, e ad Ettore
porta queste parole. Infin ch'ei vegga
tra' primi combattenti Agamennóne
romper le file furibondo, ei cauto
stìasi in disparte, e d'animar sia pago
gli altri a far testa, e oprar le mani. Appena
o di lancia percosso o di saetta
l'Atride il cocchio monterà, si spinga
ei ratto nella mischia. Io porgerogli
alla strage la forza, infin che giunga
vincitore alle navi, e al dì caduto
della notte succeda il sacro orrore.
Disse; e veloce la veloce Diva
dal gioco idèo discende al campo, e trova
stante in piè sul suo carro il bellicoso
Prïamide: e appressata, O tu, gli disse,
che il consiglio d'un Dio porti nel core,
Ettore, le parole odi che Giove
per me ti manda. Infin che Agamennóne
vedrai tra' primi infurïar rompendo
de' guerrieri le file, il piè ritira
tu dal conflitto, e fa che col nemico
pugni il resto de' tuoi. Ma quando ei d'asta
o di strale ferito darà volta
e infaticato sostener l'attacco,
e a piè fermo danzar nel sanguinoso
ballo di Marte, o d'un salto sul cocchio
lanciarmi, e concitar nella battaglia
i veloci destrier. Né già vogl'io
un tuo pari ferire insidïoso,
ma discoperto, se arrivar ti posso.
Ciò detto, bilanciò colla man forte
la lunga lancia, e saettò d'Aiace
il settemplice scudo. Furïosa
la punta trapassò la ferrea falda
che di fuor lo copriva, e via scorrendo
squarciò sei giri del bovin tessuto,
e al settimo fermossi. Allor secondo
trasse Aiace, e colpì di Priamo il figlio
nella rotonda targa. Traforolla
il frassino veloce, e nell'usbergo
sì addentro si ficcò, che presso al lombo
lacerògli la tunica. Piegossi
Ettore a tempo, ed evitò la morte.
Ricovrò l'uno e l'altro il proprio telo,
e all'assalto tornâr come per fame
fieri leoni, o per vigor tremendi
arruffati cinghiali alla montagna.
Di nuovo Ettorre coll'acuto cerro
colpì, lo scudo ostil, ma senza offesa,
ch'ivi la punta si curvò: di nuovo
trasse Aiace il suo telo, ed alla penna
dello scudo ferendo, a parte a parte
lo trapassò, gli punse il collo, e vivo
sangue spiccionne. Né per ciò l'attacco
lasciò l'audace Ettorre. Era nel campo
un negro ed aspro enorme sasso: a questo
diè di piglio il Troiano, e contra il Greco
lo fulminò. Percosse il duro scoglio
il colmo dello scudo, e orribilmente
ne rimbombò la ferrea piastra intorno.
Seguì l'esempio il gran Telamonìde,
ed afferrato e sollevato ei pure
un altro più d'assai rude macigno,
con forza immensa lo rotò, lo spinse
contra il nemico. Il molar sasso infranse
l'ettoreo scudo, e di tal colpo offese
lui nel ginocchio, che riverso ei cadde
con lo scudo sul petto: ma rizzollo
immantinente di Latona il figlio.
E qui tratte le spade i due campioni
più da vicino si ferìan, se ratti,
messaggieri di Giove e de' mortali,
non accorrean gli araldi, il teucro Idèo,
e l'achivo Taltìbio, ambo lodati
di prudente consiglio. Entrâr costoro
con securtade in mezzo ai combattenti,
ed interposto fra le nude spade
il pacifico scettro, il saggio Idèo
così primiero favellò: Cessate,
diletti figli, la battaglia. Entrambi
siete cari al gran Giove, entrambi (e chiaro
ognun sel vede) acerrimi guerrieri:
ma la notte discende, e giova, o figli,
alla notte obbedir. - Dimandi Ettorre
questa tregua, rispose il fiero Aiace:
primo ei tutti sfidonne, e primo ei chiegga.
Ritirerommi, se l'esempio ei porga.
E l'illustre rival tosto riprese:
Aiace, i numi ti largîr cortesi
pari alla forza ed al valore il senno,
e nel valor tu vinci ogni altro Acheo.
Abbian riposo le nostr'armi, e cessi
la tenzon. Pugneremo altra fïata
finché la Parca ne divida, e intera
all'uno o all'altro la vittoria doni.
Or la notte già cade, e della notte
romper non dêssi la ragion. Tu riedi
dunque alle navi a rallegrar gli Achivi,
i congiunti, gli amici. Io nella sacra
città rïentro a serenar de' Teucri
le meste fronti e le dardanie donne,
che in lunghi pepli avvolte appiè dell'are
per me si stanno a supplicar. Ma pria
di dipartirci, un mutuo dono attesti
la nostra stima: e gli Achei poscia e i Teucri
diran: Costoro duellâr coll'ira
di fier nemici, e separârsi amici.
Così dicendo, la sua propria spada
gli presentò d'argentei chiovi adorna
con fulgida vagina ed un pendaglio
di leggiadro lavoro; Aiace a lui
il risplendente suo purpureo cinto.
Così divisi, agli Achei l'uno, ai Teucri
l'altro avvïossi. Esilarârsi i Teucri,
vivo il lor duce ritornar veggendo
dalla forza scampato e dall'invitte
mani d'Aiace; e trepidanti ancora
del passato periglio alla cittade
l'accompagnaro. Dall'opposta parte
della palma superbo il lor campione
guidâr gli Achivi al padiglion d'Atride,
che per tutti onorar tosto al Tonante
un bue quinquenne in sacrificio offerse.
su questo lido? Compatir m'è forza
dunque agli Achivi, se a mal cor qui stanno.
Ma dopo tanta dimoranza è turpe
vôti di gloria ritornar. Deh voi,
deh ancor per poco tollerate, amici,
tanto indugiate almen, che si conosca
se vero o falso profetò Calcante.
In cuor riposte ne teniam noi tutti
le divine parole, e voi ne foste
testimoni, voi sì quanti la Parca
non aveste crudel. Parmi ancor ieri
quando le navi achee di lutto a Troia
apportatrici in Aulide raccolte,
noi ci stavamo in cerchio ad una fonte
sagrificando sui devoti altari
vittime elette ai Sempiterni, all'ombra
d'un platano al cui piè nascea di pure
linfe il zampillo. Un gran prodigio apparve
subitamente. Un drago di sanguigne
macchie spruzzato le cerulee terga,
orribile a vedersi, e dallo stesso
re d'Olimpo spedito, ecco repente
sbucar dall'imo altare, e tortuoso
al platano avvinghiarsi. Avean lor nido
in cima a quello i nati tenerelli
di passera feconda, latitanti
sotto le foglie: otto eran elli, e nona
la madre. Colassù l'angue salito
gl'implumi divorò, miseramente
pigolanti. Plorava i dolci figli
la madre intanto, e svolazzava intorno
pietosamente; finché ratto il serpe
vibrandosi afferrò la meschinella
all'estremo dell'ala, e lei che l'aure
empiea di stridi, nella strozza ascose.
Divorata co' figli anco la madre,
del vorator fe' il Dio che lo mandava
nuovo prodigio; e lo converse in sasso.
Stupidi e muti ne lasciò del fatto
la meraviglia, e a noi, che dell'orrendo
portento fra gli altari intervenuto
incerti ci stavamo e paventosi,
Calcante profetò: Chiomati Achivi,
perché muti così? Giove ne manda
nel veduto prodigio un tardo segno
di tardo evento, ma d'eterno onore.
Nove augelli ingoiò l'angue divino,
nov'anni a Troia ingoierà la guerra,
e la città nel decimo cadrà.
Così disse il profeta, ed ecco omai
tutto adempirsi il vaticinio. Or dunque
perseverate, generosi Achei,
restatevi di Troia al giorno estremo.
Levossi a questo dire un alto grido,
a cui le navi con orribil eco
rispondean, grido lodator del saggio
parlamento d'Ulisse. Ed incalzando
quei detti il vecchio cavalier Nestorre,
Oh vergogna, dicea; sul vostro labbro
parole intesi di fanciulli a cui
nulla cal della guerra. Ove n'andranno
i giuramenti, le promesse e i tanti
consigli de' più saggi e i tanti affanni,
le libagioni degli Dei, la fede
delle congiunte destre? Dissipati
n'andran col fumo dell'altare? Achei,
noi contendiamo di parole indarno,
e in vane induge il tempo si consuma,
che dar si debbe a salutar riparo.
Tien fermo, Atride, il tuo coraggio, e fermo
su gli Achei nelle pugne alza lo scettro:
ed in proposte, che d'effetto vote
cadran mai sempre, marcir lascia i pochi
che in disparte consultano se in Argo
redir si debba, pria che falsa o vera
si conosca di Giove la promessa.
Io ti fo certo che il saturnio figlio,
il giorno che di Troia alla ruïna
sciolser gli Achivi le veloci antenne,
non dubbio cenno di favor ne fece
balenando a diritta. Alcun non sia
dunque che parli del tornarsi in Argo,
se prima in braccio di troiana sposa
non vendica d'Elèna il ratto e i pianti.
Se taluno pur v'ha che voglia a forza
di qua partirsi, di toccar si provi
il suo naviglio, e troverà primiero
la meritata morte. Tu frattanto
pria ti consiglia con te stesso, o sire,
indi cogli altri, né sprezzar l'avviso
ch'io ti porgo. Dividi i tuoi guerrieri
per curie e per tribù, sì che a vicenda
si porga aita una tribù con l'altra,
l'una con l'altra curia. A questa guisa,
obbedendo agli Achei, ti fia palese
de' capitani a un tempo e de' soldati
qual siasi il prode e quale il vil; ché ognuno
con emula virtù pel suo fratello
combatterà. Conoscerai pur anco
se nume avverso, o codardìa de' tuoi,
Darallo, se gli piace, un'altra volta
a noi pur: ma di Giove oltrapossente
il supremo voler forza non pate.
Tutto ben parli, o vecchio, gli rispose
l'imperturbato eroe; ma il cor mi crucia
la dolorosa idea ch'Ettore un giorno
fra' Troiani dirà gonfio d'orgoglio:
Io fugai Dïomede, io lo costrinsi
a scampar nelle navi. - Ei questo vanto
menerà certo, e a me si fenda allora
sotto i piedi la terra, e mi divori.
E Nestore ripiglia: Ah che dicesti,
valoroso Tidìde? E quando avvegna
che un codardo, un imbelle Ettor ti chiami,
i Troiani non già sel crederanno,
né le troiane spose, a cui nell'atra
polve stendesti i floridi mariti.
Disse; e addietro girò tosto i cavalli
tra la calca fuggendo. Ettore e i Teucri
con urli orrendi li seguiro, e un nembo
piovean su lor d'acerbi strali, ed alto
gridar s'udiva de' Troiani il duce:
I cavalieri argivi, o Dïomede,
e di seggio e di tazze e di vivande
te finora onorâr su gli altri a mensa;
ma deriso or n'andrai, che un cor palesi
di femminetta. Via di qua, fanciulla;
non salirai tu, no, fin ch'io respiro,
d'Ilio le torri, né trarrai cattive
le nostre mogli nelle navi, e morto
per la mia destra giacerai tu pria.
Stettesi in forse a quel parlar l'eroe
di dar volta ai cavalli, e d'affrontarlo.
Ben tre volte nel core e nella mente
gliene corse il desìo, tre volte Giove
rimormorò dall'Ida, e fe' securi
della vittoria con quel segno i Teucri.
Con orribile grido Ettore allora
animando le schiere: O Licii, o Dardani,
o Troiani, dicea, prodi compagni,
mostratevi valenti, e fuor mettete
le generose forze. Io non m'inganno,
Giove è propizio; di vittoria a noi
e d'esizio a' nemici ei diede il segno.
Stolti! che questo alzâr debile muro,
troppo al nostro valor frale ritegno.
Quella lor fossa varcheran d'un salto
i miei cavalli; e quando emerso a vista
io sarò delle navi, allor le faci
ministrarmi qualcun si risovvegna,
ond'io que' legni incenda, e fra le vampe
sbalorditi dal fumo i Greci uccida.
Poi conforta i destrieri, e sì lor parla:
Xanto, Podargo, Etón, Lampo divino,
mercé del largo cibo or mi rendete,
che dell'illustre Eezïon la figlia
Andromaca vi porge, il dolce io dico
frumento, e l'alma di Lïeo bevanda,
ch'ella a voi mesce desïosi, a voi
pria che a me stesso che pur suo mi vanto
giovine sposo. Or via, volate; andiamo
alla conquista del nestòreo scudo
di cui va il grido al cielo, e tutto il dice
d'auro perfetto, e d'auro anco la guiggia.
Poi di dosso trarremo a Dïomede
l'usbergo, esimia di Vulcan fatica.
Se cotal preda ne riesce, io spero
che ratti i Greci su le navi in questa
notte medesma salperan dal lido.
Del superbo parlar forte sdegnossi
l'augusta Giuno, e s'agitò sul trono
sì che scosso tremonne il vasto Olimpo.
Quindi rivolte le parole al grande
dio Nettunno, sì disse: E sarà vero,
possente Enosigèo, che degli Argivi
a pietà non ti mova la ruina!
Pur son essi che in Elice ed in Ege
rècanti offerte graziose e molte.
E perché dunque non vorrai tu loro
la vittoria bramar? Certo se quanti
siam difensori degli Achivi in cielo
vorrem de' Teucri rintuzzar l'orgoglio
e al Tonante far forza, egli soletto
e sconsolato sederà su l'Ida.
Oh! che mai parli, temeraria Giuno?
le rispose sdegnoso il re Nettunno:
non sia, no mai, che col saturnio Giove
a cozzar ne sospinga il nostro ardire;
rammenta ch'egli è onnipossente, e taci.
Mentre seguìan tra lor queste parole,
quanto intervallo dalle navi al muro
la fossa comprendea, tutto era denso
di cavalli, di cocchi e di guerrieri
ivi dal fiero Ettòr serrati e chiusi,
che simigliante al rapido Gradivo
infuriava col favor di Giove.
E ben le navi avrìa messe in faville,
se l'alma Giuno in cor d'Agamennóne
il pensier non ponea di girne attorno
ratto egli stesso a incoraggiar gli Achivi.
Disse, e il gerenio cavalier rispose:
E donde avvien che de' feriti Achivi
sente Achille pietà? Né ancor sa quanta
pel campo s'innalzò nube di lutto.
Piagati altri da lungi, altri da presso
nelle navi languiscono i più prodi.
Di saetta ferito è Dïomede,
d'asta l'inclito Ulisse e Agamennóne,
Euripilo di strale nella coscia,
e di strale egli pur questo che vedi
da me condotto. Il prode Achille intanto
niuna si prende né pietà né cura
degl'infelici Achivi. Aspetta ei forse
che mal grado di noi la fiamma ostile
arda al lido le navi, e che noi tutti
l'un su l'altro cadiam trafitti e spenti?
Ahi che la possa mia non è più quella
ch'agili un tempo mi facea le membra!
Oh quel fior m'avess'io d'anni e di forza,
ch'io m'ebbi allor che per rapiti armenti
tra noi surse e gli Elèi fiera contesa!
Io predai con ardita rappresaglia
del nemico le mandre, e l'elïese
Ipirochìde Itimonèo distesi.
Combattea de' suoi tauri alla difesa
l'uom forte, e un dardo di mia mano uscito
lui tra' primi percosse, e al suo cadere
l'agreste torma si disperse in fuga.
Noi molta preda n'adducemmo e ricca:
di buoi cinquanta armenti, ed altrettante
di porcelli, d'agnelle e di caprette,
distinte mandre, e cento oltre cinquanta
fulve cavalle, tutte madri, e molte
col poledro alla poppa. Ecco la preda
che noi di notte ne menammo in Pilo.
Gioì Nelèo vedendo il giovinetto
figlio guerrier di tante spoglie opimo.
Venuto il giorno, la sonora voce
de' banditor chiamò tutti cui fosse
qualche compenso dagli Elèi dovuto.
Di Pilo i capi congregârsi, e grande
sendo il dovere degli Elèi, fu tutta
scompartita la preda, e rintegrate
l'antiche offese. Perciocché la forza
d'Ercole avendo desolata un giorno
la nostra terra, e i più prestanti uccisi,
e di dodici figli di Nelèo
prodi guerrier rimasto io solo in Pilo
con altri pochi oppressi, i baldanzosi
Elèi di nostre disventure alteri
n'insultâr, ne fêr danno. Or dunque in serbo
tenne il vecchio per sé di tauri intero
un armento trascelto, e un'ampia greggia
di ben trecento pecorelle, insieme
co' mandriani; giusta ricompensa
di quattro egregi corridor, mandati
in un col carro a conquistargli un tripode
nell'olimpica polve, e dall'elèo
rege rapiti, rimandando spoglio
de' bei corsieri il doloroso auriga.
Di questi oltraggi il vecchio padre irato
larga preda si tolse, e al popol diede,
giusta il dovuto, a ripartirsi il resto.
Mentre intenti ne stiamo a queste cose,
e offriam per tutta la città solenni
sacrifici agli Eterni, ecco nel terzo
giorno gli Elèi con tutte de' lor fanti
e cavalli le forze in campo uscire,
ed ambedue con essi i Molïoni,
giovinetti ancor sori ed inesperti
negl'impeti di Marte. Su l'Alfèo
in arduo colle assisa è una cittade
Trïoessa nomata, ultima terra
dell'arenosa Pilo. Desïosi
di porla al fondo la cingean d'assedio.
Ma come tutto superaro il campo,
frettolosa e notturna a noi discese
dall'Olimpo Minerva, ad avvisarne
di pigliar l'armi; e congregò le turbe
per la cittade, non già lente e schive,
ma tutte accese del desìo di guerra.
Non mi assentiva il genitor Nelèo
l'uscir con gli altri armato; e perché destro
nel fiero Marte ancor non mi credea,
occultommi i destrieri. Ed io pedone
v'andai scorto da Pallade, e tra' nostri
cavalier mi distinsi in quella pugna.
Sul fiume Minïèo che presso Arena
si devolve nel mar, noi squadra equestre
posammo ad aspettar l'alba divina,
finché n'avesse la pedestre aggiunti.
Riunito l'esercito, movemmo
ben armati ed accinti, e sul merigge
d'Alfèo giungemmo all'onde sacre. Quivi
propizïammo con opime offerte
l'onnipossente Giove; al fiume un toro
svenammo, un altro al gran Nettunno, e intatta
a Palla una giovenca. Indi pel campo
preso a drappelli della sera il cibo,
tutti ne demmo, ognun coll'armi indosso,
stan sul secco le prore, onde si vegga
se Giove allor vi stenderà la mano?
Così imperando trascorrea le schiere.
Venne ai Cretesi; e li trovò che all'armi
davan di piglio intorno al bellicoso
Idomenèo. Per vigorìa di forze
pari a fiero cinghiale Idomenèo
guidava l'antiguardia, e Merïone
la retroguardia. Del vederli allegro
il sir de' forti Atride al re cretese
con questo dolce favellar si volse:
Idomenèo, te sopra i Dànai tutti
cavalieri veloci in pregio io tegno,
sia nella guerra, sia nell'altre imprese,
sia ne' conviti, allor che ne' crateri
d'almo antico lïeo versan la spuma
i supremi tra' Greci. Ove degli altri
chiomati Achivi misurato è il nappo,
il tuo del par che il mio sempre trabocca,
quando ti prende di bombar la voglia.
Or entra nella pugna, e tal ti mostra
qual dianzi ti vantasti. - E de' Cretensi
a lui lo duce: Atride, io qual già pria
t'impromisi e giurai, fido compagno
per certo ti sarò. Ma tu rinfiamma
gli altri Achivi a pugnar senza dimora.
Rupper l'accordo i Teucri, e perché primi
del patto vïolâr la santitate,
sul lor capo cadran morti e ruïne.
Disse; e gioioso proseguì l'Atride
fra le caterve la rivista, e venne
degli Aiaci alla squadra. In tutto punto
metteansi questi, e li seguìa di fanti
un nugolo. Siccome allor che scopre
d'alto loco il pastor nube che spinta
su per l'onde da Cauro s'avvicina,
e bruna più che pece il mar vïaggia,
grave il seno di nembi; inorridito
ei la guarda, ed affretta alla spelonca
le pecorelle; così negre ed orride
per gli scudi e per l'aste si moveano
sotto gli Aiaci accolte le falangi
de' giovani veloci al rio conflitto.
Allegrossi a tal vista Agamennóne,
e a' lor duci converso in presti accenti,
Aiaci, ei disse, condottieri egregi
de' loricati Achivi, io non v'esorto,
(ciò fôra oltraggio) a inanimar le vostre
schiere; già per voi stessi a fortemente
pugnar le stimolate. Al sommo Giove
e a Pallade piacesse e al santo Apollo,
che tal coraggio in ogni petto ardesse,
e tosto presa ed adeguata al suolo
per le man degli Achei Troia cadrebbe.
Così detto lasciolli, e procedendo
a Nestore arrivò, Nestore arguto
de' Pilii arringator, che in ordinanza
i suoi prodi metteva, e alla battaglia
li concitava. Stavangli dintorno
il grande Pelagonte ed Alastorre,
e il prence Emone e Cromio, ed il pastore
di popoli Biante. In prima ei pose
alla fronte coi carri e coi cavalli
i cavalieri, e al retroguardo i fanti,
che molti essendo e valorosi, il vallo
formavano di guerra. Indi nel mezzo
i codardi rinchiuse, onde forzarli
lor mal grado a pugnar. Ma innanzi a tutto
porge ricordo ai combattenti equestri
di frenar lor cavalli, e non mischiarsi
confusamente nella folla. - Alcuno
non sia, soggiunse, che in suo cor fidando
e nell'equestre maestrìa, s'attenti
solo i Teucri affrontar di schiera uscito:
né sia chi retroceda; ché cedendo
si sgagliarda il soldato. Ognun che sceso
dal proprio carro l'ostil carro assalga,
coll'asta bassa investalo, ché meglio
sì pugnando gli torna. Con quest'arte,
con questa mente e questo ardir nel petto
le città rovesciâr gli antichi eroi.
Il canuto così mastro di guerra
le sue genti animava. In lui fissando
gli occhi l'Atride, giubilonne, e tosto
queste parole gli drizzò: Buon veglio,
oh t'avessi tu salde le ginocchia
e saldi i polsi come hai saldo il core!
La ria vecchiezza, che a null'uom perdona,
ti logora le forze: ah perché d'altro
guerrier non grava la crudel le spalle!
perché de' tuoi begli anni è morto il fiore!
Ed il gerenio cavalier rispose:
Atride, al certo bramerei pur io
quelle forze ch'io m'ebbi il dì che morte
diedi all'illustre Ereutalion. Ma tutti
tutto ad un tempo non comparte Giove
i suoi doni al mortal. Rideami allora
gioventude: or mi doma empia vecchiezza.
Ma qual pur sono mi starò nel mezzo
de' cavalieri nella pugna, e gli altri
del morto Apisaon l'armi rapire,
mise in cocca lo strale, e d'aspra punta
la destra coscia gli ferì. Si franse
il calamo pennuto, e tal nell'anca
spasmo destò, che ad ischivar la morte
gli fu mestieri ripararsi a' suoi,
alto gridando, O amici, o prenci achivi,
volgetevi, sostate, liberate
da morte Aiace; egli è da' teli oppresso,
sì ch'io pavento, ohimè! che più non abbia
scampo l'eroe: correte, circondate
de' vostri petti il Telamònio figlio.
Così disse il ferito: e quelli a gara
stretti inclinando agli omeri gli scudi,
e l'aste sollevando, al grande Aiace
si fêr dappresso; ed ei venuto in salvo
tra' suoi, di nuovo la terribil faccia
converse all'inimico. In cotal guisa,
come fiamma, tra questi ardea la zuffa.
Di sudor molli intanto e polverose
le cavalle nelèe fuor della pugna
traean col duce Macaon Nestorre.
Lo vide il divo Achille e lo conobbe,
mentre ritto si stava in su la poppa
della sua grande capitana, e il fiero
lavor di Marte, e degli Achei mirava
la lagrimosa fuga. Incontanente
mise un grido, e chiamò dall'alta nave
il compagno Patròclo: e questi appena
dalla tenda l'udì, che fuori apparve
in marzïal sembianza; e dal quel punto
ebbe inizio fatal la sua sventura.
Parlò primiero di Menèzio il figlio:
A che mi chiami, a che mi brami, Achille?
O mio diletto nobile Patròclo,
gli rispose il Pelìde, or sì che spero
supplicanti e prostesi a' miei ginocchi
veder gli Achivi, ché suprema e dura
necessità li preme. Or vanne, o caro,
vanne e chiedi a Nestòr chi quel ferito
sia, ch'ei ritragge dalla pugna. Il vidi
ben io da tergo, e Macaon mi parve,
d'Esculapio il figliuol; ma del guerriero
non vidi il volto, ché veloci innanzi
mi passâr le cavalle, e via spariro.
Disse; e Patròclo obbedïente al cenno
dell'amico diletto già correa
tra le navi e le tende. E quelli intanto
del buon Nelìde al padiglion venuti
dismontaro, e l'auriga Eurimedonte
sciolse dal carro le nelèe puledre,
mentr'essi al vento asciugano sul lido
le tuniche sudate, e delle membra
rinfrescano la vampa: indi raccolti
dietro la tenda s'adagiâr su i seggi.
Apparecchiava intanto una bevanda
la ricciuta Ecamède. Era costei
del magnanimo Arsìnoo una figliuola
che il buon vecchio da Tenedo condotta
avea quel dì che la distrusse Achille,
e a lui, perché vincea gli altri di senno,
fra cento eletta la donâr gli Achivi.
Trass'ella innanzi a lor prima un bel desco
su piè sorretto d'un color che imbruna,
sovra il desco un taglier pose di rame,
e fresco miel sovresso, e la cipolla
del largo bere irritatrice, e il fiore
di sacra polve cereal. V'aggiunse
un bellissimo nappo, che recato
aveasi il veglio dal paterno tetto,
d'aurei chiovi trapunto, a doppio fondo,
con quattro orecchie, e intorno a ciascheduna
due beventi colombe, auree pur esse.
Altri a stento l'avrìa colmo rimosso;
l'alzava il veglio agevolmente. In questo
la simile alle Dee presta donzella
pramnio vino versava; indi tritando
su le spume caprin latte rappreso,
e spargendovi sovra un leggier nembo
di candida farina, una bevanda
uscir ne fece di cotal mistura,
che apprestata e libata, ai due guerrieri
la sete estinse e rinfrancò le forze.
Diersi, ciò fatto, a ricrear parlando
gli affaticati spirti; e sulla soglia
ecco apparir Patròclo, e soffermarsi
in sembianza di nume il giovinetto.
Nel vederlo levossi il vecchio in piedi
dal suo lucido seggio, e l'introdusse
presol per mano, e di seder pregollo.
Egli all'invito resistea, dicendo:
Di seder non m'è tempo, egregio veglio,
né obbedirti poss'io. Tremendo, iroso
è colui che mi manda a interrogarti
del guerrier che ferito hai qui condotto.
Or io mel so per me medesmo, e in lui
ravviso il duce Macaon. Ritorno
dunque ad Achille relator di tutto.
Sai quanto, augusto veglio, ei sia stizzoso
e a colpar pronto l'innocente ancora.
aggirarsi pel campo, e a trarne fuori
della pugna indugiar tanto che il fero
Dïomede n'assegua impetuoso,
ed entrambi n'uccida, e via ne meni
i destrieri di Troe. Resta tu dunque
al timone e alle briglie, ché coll'asta
io del nemico sosterrò l'assalto.
Montâr, ciò detto, sull'adorno cocchio,
e animosi drizzâr contra il Tidìde
i veloci cavalli. Il chiaro figlio
di Capanèo li vide, ed all'amico
vòlto il presto parlar, Tidìde, ei disse,
mio diletto Tidìde, a pugnar teco
veggo pronti venir due di gran nerbo
valorosi guerrier, l'uno il famoso
Pandaro arciero che figliuol si vanta
di Licaone, e l'altro Enea che prole
vantasi ei pur di Venere e d'Anchise.
Su, presto in cocchio; ritiriamci, e incauto
tu non istarmi a furiar tra i primi
con sì gran rischio della dolce vita.
Bieco guatollo il gran Tidìde, e disse:
Non parlarmi di fuga. Indarno tenti
persuadermi una viltà. Fuggire
dal cimento e tremar, non lo consente
la mia natura: ho forze intégre, e sdegno
de' cavalli il vantaggio. Andrò pedone,
quale mi trovo, ad incontrar costoro;
ché Pallade mi vieta ogni paura.
Ma non essi ambedue salvi di mano
ci scapperan, dai rapidi sottratti
lor corridori, ed avverrà che appena
ne scampi un solo. Un altro avviso ancora
vo' dirti, e tu non l'obblïar. Se fia
che l'alto onore d'atterrarli entrambi
la prudente Minerva mi conceda,
tu per le briglie allora i miei cavalli
lega all'anse del cocchio, e ratto vola
ai cavalli d'Enea, e dai Troiani
via te li mena fra gli Achei. Son essi
della stirpe gentil di quei che Giove,
prezzo del figlio Ganimede, un giorno
a Troe donava; né miglior destrieri
vede l'occhio del Sole e dell'Aurora.
Al re Laomedonte il prence Anchise
la razza ne furò, sopposte ai padri
segretamente un dì le sue puledre
che di tale imeneo sei generosi
corsier gli partoriro. Egli n'impingua
quattro di questi a sé nel suo presepe,
e due ne cesse al figlio Enea, superbi
cavalli da battaglia. Ove n'avvegna
di predarli, n'avremo immensa lode.
Mentre seguìan tra lor queste parole,
quelli incitando i corridor veloci
tosto appressârsi, e Pandaro primiero
favellò: Bellicoso ardito figlio
dell'illustre Tidèo, poiché l'acuto
mio stral non ti domò, vengo a far prova
s'io di lancia ferir meglio mi sappia.
Così detto, la lunga asta vibrando
fulminolla, e colpì di Dïomede
lo scudo sì, che la ferrata punta
tutto passollo, e ne sfiorò l'usbergo.
Sei ferito nel fianco (alto allor grida
l'illustre feritor), né a lungo, io spero,
vivrai: la gloria che mi porti è somma.
Errasti, o folle, il colpo (imperturbato
gli rispose l'eroe); ben io m'avviso
ch'uno almeno di voi, pria di ristarvi
da questa zuffa, nel suo sangue steso
l'ira di Marte sazierà. Ciò detto,
scagliò. Minerva ne diresse il telo,
e a lui che curvo lo sfuggìa, cacciollo
tra il naso e il ciglio. Penetrò l'acuto
ferro tra' denti, ne tagliò l'estrema
lingua, e di sotto al mento uscì la punta.
Piombò dal cocchio, gli tonâr sul petto
l'armi lucenti, sbigottîr gli stessi
cavalli, e a lui si sciolsero per sempre
e le forze e la vita. Enea temendo
in man non caggia degli Achei l'ucciso,
scese, e protesa a lui l'asta e lo scudo
giravagli dintorno a simiglianza
di fier lïone in suo valor sicuro;
e parato a ferir qual sia nemico
che gli si accosti, il difendea gridando
orribilmente. Diè di piglio allora
ad un enorme sasso Dïomede
di tal pondo, che due nol porterebbero
degli uomini moderni; ed ei vibrandolo
agevolmente, e solo e con grand'impeto
scagliandolo, percosse Enea nell'osso
che alla coscia s'innesta ed è nomato
ciotola. Il fracassò l'aspro macigno
con ambi i nervi, e ne stracciò la pelle.
Diè del ginocchio al grave colpo in terra
l'eroe ferito, e colla man robusta
puntellò la persona. Un negro velo
gli coperse le luci, e qui perìa,
insanguinato, smisurato e vivo,
ancor guizzante, e ancor pronto all'offese;
sì che volto a colei che lo ghermìa,
lubrico le vibrò tra il petto e il collo
una ferita. Allor la volatrice,
aperta l'ugna per dolor, lasciollo
cader dall'alto fra le turbe, e forte
stridendo sparve per le vie de' venti.
Visto in terra giacente il maculato
serpe, prodigio dell'Egìoco Giove,
inorridiro i Teucri, e fatto avanti
all'intrepido Ettòr Polidamante
sì prese a dir: Tu sempre, ancorché io porti
ottimi avvisi in parlamento, o duce,
hai pronta contro me qualche rampogna,
né pensi che non lice a cittadino
né in assemblea tradir né in mezzo all'armi
la verità, servendo all'augumento
di tua possanza. Dirò franco adunque
ciò che il meglio or mi sembra. Non si vada
coll'armi ad assalir le navi achee.
Il certo evento che n'attende è scritto
nell'augurio comparso alla sinistra
dell'esercito nostro, appunto in quella
che si volea travalicar la fossa,
dico il volo dell'aquila portante
nell'ugna un drago sanguinoso, immane
e vivo ancor. Com'ella cader tosto
lasciò la preda, pria che al caro nido
giungesse, e pasto la recasse a' suoi
dolci nati; così, quando n'accada
pur de' Greci atterrar le porte e il muro
e farne strage, non pensar per questo
di ritornarne con onor; ché indietro
molti Troiani lasceremo ancisi
dall'argolico ferro, combattente
per la tutela delle navi. Ognuno,
che ben la lingua de' prodigi intenda
e da' profani riverenza ottegna,
questo verace interpretar farìa.
Lo guatò bieco Ettorre, e gli rispose:
Polidamante, il tuo parlar non viemmi
grato all'orecchio, e una miglior sentenza
or dal tuo labbro m'attendea. Se parli
persuaso e davvero, io ti fo certo
che l'ira degli Dei ti tolse il senno,
poiché m'esorti ad obblïar di Giove
le giurate promesse, e all'ale erranti
degli augelli obbedir; de' quai non curo,
se volino alla dritta ove il Sol nasce,
o alla sinistra dove muor. Ben calmi
del gran Giove seguir l'alto consiglio,
ch'ei de' mortali e degli Eterni è il sommo
imperadore. Augurio ottimo e solo
è il pugnar per la patria. Perché tremi
tu dei perigli della pugna? Ov'anco
cadiam noi tutti tra le navi ancisi,
temer di morte tu non dei, ché cuore
tu non hai d'aspettar l'urto nemico,
né di pugnar. Se poi ti rimanendo
lontano dal conflitto, esorterai
con codarde parole altri a seguire
la tua viltà, per dio! che tu percosso
da questa lancia perderai la vita.
Si spinse avanti così detto, e gli altri
con alte grida lo seguiéno. Allora
il Folgorante dall'idèa montagna
un turbine destò, che drittamente
verso le navi sospingea la polve,
e agli Achivi rapìa gli occhi e l'ardire,
ad Ettorre il crescendo ed a' Troiani
che nel prodigio e nelle proprie forze
confidati assa